A desiderio risponde desiderio

Rete Femminista contro il sistema prostituente

  Non esistono forme attenuate di schiavitù, la schiavitù non ha possibili forme di controllo o disciplina e ci sono leggi che hanno segnato non solo un’epoca, ma il modo in cui la società intende i rapporti sociali e le relazioni umane, il modo in cui li intende per un’idea di futuro durevole.

  Ci sono leggi che stabiliscono principi sui quali non si può tornare indietro, sono leggi che segnano un principio di civiltà e la legge Merlin vi ha dato forma giuridica, ribadendo un principio di civiltà ed umanità che resiste ad ogni tempo: nessuno può sfruttare il corpo delle donne, neanche le donne stesse e non esiste nessuna forma organizzata che può garantire l’autonomia delle donne nella libera disposizione di sé, una libera disposizione che si sottrae anche a spinte individualistiche, di qualsiasi natura esse siano.

  La sessualità è l’incontro di “spinte energetiche”, il denaro non può in alcun modo sostituire il corpo desiderante, la sessualità non può essere oggetto di scambi impari e lo scambio denaro-sesso, in questo ambito più che in altri, non potrà mai essere pari: il desiderio risponde col desiderio, questa l’unica economia possibile nello scambio sessuale.

  Oggi la prostituzione è cambiata, è diventato il più redditizio business delle mafie mondiali, il racket si insinua nelle norme che in alcuni paesi la regolamentano, lo sappiamo bene, normalizzandone lo sfruttamento: oggi la prostituzione è un business che sfrutta corpi di donne e nessuna forma di organizzazione ne può sfuggire.

  Il corpo delle donne si sottrae alle norme, si sottrae allo scambio economico, prende forma libera solo nell’incontro tra pari, nell’incontro di desideri; a desiderio risponde desiderio.

 

ni a prendre ni a vendre

 

Modello Nordico: facciamo chiarezza

modello nordico_new_def

Il modello nordico parte dall’assunto che l’acquisto di persone per scopi sessuali sia sbagliato per le sue conseguenze su TUTTE le donne (che sono le più colpite) in ottica sistemica (la libertà del mercato riguarda tutte/i e influisce su tutte/i a differenza di quella personale), di conseguenza prevede delle risposte atte a scoraggiare le persone a comprare altre persone. I valori della società cambiano nel tempo e molte delle cose che prima erano considerate accettabili ora sono considerate inaccettabili e viceversa. Noi non vogliamo criminalizzare le persone. Meno che mai quelle prostituite. Vogliamo modificare la cultura dominante. A coloro che si prostituiscono forzatamente vogliamo fornire supporto ed un aiuto per trovare una nuova vita al di fuori della prostituzione. L’evidenza suggerisce che la maggior parte delle donne e dei bambini entra in prostituzione a causa di abusi, povertà, coercizione e/o tratta e non per una libera scelta tra una serie di opzioni valide.

COME FUNZIONA

1. Assistenza qualificata non giudicante per chi è in prostituzione

Introduzione di misure efficaci – anche sotto il profilo finanziario – dirette a favorire la partecipazione delle persone che manifestano la volontà di cessare l’esercizio della prostituzione a iniziative di sostegno idonee al loro reinserimento sociale, inclusi alloggi, consulenza legale, supporto emotivo e psicologico a lungo termine, istruzione e formazione e assistenza infantile.

2 . L’acquisto del sesso deve essere punito

Chiediamo che chiunque acquisti o tenti di acquistare esseri umani a scopo sessuale venga sanzionato. Come spiegato in precedenza, l’obiettivo è quello di modificare la cultura dominante e non di criminalizzare le persone. Crediamo pertanto che la comminazione di multe possa essere un ottimo deterrente per far diminuire la domanda di sesso a pagamento.

3. Occorre rafforzare la legislazione in merito a induzione, sfruttamento e tratta

Riteniamo che la legislazione italiana, in particolar modo riguardo la tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale, non sia abbastanza efficace e chiediamo che venga sostituita con una legislazione più forte che riconosca induzione, sfruttamento e tratta di esseri umani come crimini contro l’umanità.

4. Bisogna tenere conto di tutti i fattori che conducono le persone alla prostituzione.

Non accettiamo la prostituzione come risposta alla povertà e allo svantaggio sociale, per le/i migranti, per le madri single, per le donne e i bambini. Anzi, non la accettiamo per nessuno.

  • Chiediamo quindi una società più equa, che attraverso serie politiche che incentivino il lavoro femminile, eliminino il divario retributivo tra donne e uomini, serie politiche di welfare ed eliminazione delle tasse scolastiche riduca, fino ad annullarle, le disparità di genere e classe.
  • Chiediamo che vengano adottate o potenziate misure educative, sociali e culturali sulla realtà della prostituzione e sui danni derivanti dalla mercificazione del corpo, promuovendo nelle scuole secondarie una visione egualitaria delle relazioni tra le donne e gli uomini.

E PER CHI VOLONTARIAMENTE DECIDE DI RIMANERE IN PROSTITUZIONE?

Per far sì che chi sceglie volontariamente di rimanere in prostituzione possa godere degli stessi diritti e doveri delle lavoratrici e dei lavoratori, compreso congedo maternità, assegni familiari, pensione e SSN, proponiamo:

  • che venga adottato un codice tributi generico (generico per evitare liste e conseguente stigma), tramite il quale ci si potrà/dovrà iscrivere all’agenzia delle entrate come libere/i professioniste/i (questo permetterà di detrarre tutti i costi di esercizio)
  • che contestualmente venga aperta una posizione INPS che permetterà di accedere alla pensione e di ottenere gli assegni familiari.

Scarica il .pdf: MODELLO NORDICO_2n

Pay attention please!

attention

Come rete femminista prendiamo le distanze da meme contenenti facili illazioni/equazioni che stanno circolando in questi giorni. Abbiamo posto domande, facciamo ragionamenti e non ci sembra corretto saltare alle conclusioni prima ancora delle risposte. Non siamo d’accordo con un approccio fatto di definizioni e proclami a una questione che richiede invece altre modalità di discussione.

Intervento di Adelina all’assemblea plenaria NUDM

Adelina è una donna albanese sopravvissuta alla tratta di esseri umani a scopo sessuale. Ha esortato tutte le presenti affinché facciano tutto quello che è in loro potere per contrastare ed eliminare lo sfruttamento sessuale.
A questo intervento ha replicato in assemblea una rappresentante di Ombre Rosse: sul sito ufficiale NUDM é comparsa solo la replica di Ombre Rosse corredata da una entusiastica presentazione.

Questo equivale a schierarsi politicamente.

Questa è censura!

Tanto piú grave in quanto a parlare è stata una sopravvissuta alla tratta di esseri umani.

 

Per par condicio qui potete trovare anche l’intervento del collettivo Ombre Rosse.

Libere tutte!

bavaglio2

 Domenica 23 aprile, nel corso dell’assemblea plenaria NUDM, è intervenuta Adelina che, in poco più di 4 minuti (tanto era il tempo che la presidenza le aveva messo a disposizione), ha introdotto il tema prostituzione a partire dalla sua personale esperienza di vittima della tratta di esseri umani (Adelina è albanese) a scopo sessuale. In risposta al suo intervento, una rappresentante del collettivo Ombre Rosse ha replicato.

 Agli interventi non è seguito alcun dibattito che permettesse all’assemblea di esprimersi in merito.

  A due giorni dalla plenaria, il movimento NUDM ha deciso di pubblicare sul suo sito ufficiale l’intervento di replica di Ombre Rosse, diffondendolo su Facebook, accompagnato dalla seguente dichiarazione:

Pubblichiamo il testo dell’applauditissimo intervento del Collettivo Ombre Rosse durante la plenaria a Roma del 23 aprile: “Fare la prostituta non è necessariamente subire una violenza. Negare la mia autodeterminazione invece sì, è una violenza. Sì! Faccio la puttana se, come e quando voglio e non me ne vergogno! Anche questa è autodeterminazione!”

  Alla richiesta del perché NUDM non abbia pubblicato anche l’intervento di Adelina, cui ombre rosse rispondeva, è stato replicato che “la sopravvissuta (Adelina) non ha parlato solo di sé, ha condannato delle nostre visioni”, che il suo intervento è stato giudicato a maggioranza “contrario alle linee guida che vogliono le donne autodeterminate”, che il suo contributo “ha avuto una deriva abolizionista” e quindi non meritava la pubblicazione. E’ stato altresì giudicato censorio.

  Qualunque richiesta o proposta Adelina possa aver fatto, l’aggettivo “censorio” è improprio, perché – e lo dimostra proprio l’intervento successivo di ombre rosse – lei non ha il potere di censurare nessuno. Piuttosto censura Adelina chi decide di non offrirle visibilità in base ad una fantomatica maggioranza, stabilita tramite applausometro (sì, esatto, proprio come nelle trasmissioni televisive Karaoke, La sai l’ultima? e Ciak… si canta!). Nella pagina facebook di NUDM abbiamo addirittura appreso che nel femminismo esistono delle linee guida (www.lineeguidafemministe.it).

  Per valutare se quella di escludere dal dibattito le vittime di tratta, oscurandone gli interventi, sia stata una precisa decisione politica di NUDM, avremmo bisogno che ci venissero fornite alcune risposte:

1) Tenuto conto che sul tema prostituzione ci sono stati diversi interventi nel corso dell’assemblea, chi e in che modo ha deciso di pubblicarne uno soltanto?

2) La pubblicazione dell’intervento di Ombre Rosse è da intendersi come una presa di posizione chiara e ormai indiscutibile sulla posizione di NUDM in merito a prostituzione, regolamentazione e scomparsa dei reati di induzione, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione?

3) La mancata pubblicazione degli altri interventi deve essere interpretata come un rifiuto, da parte di NUDM, di includere nella sua agenda politica un futuro dibattito sul tema, con la partecipazione di chi è sfavorevole alla regolamentazione di induzione e sfruttamento?

  E’ sicuramente evidente che all’assemblea di Roma sono stati fatti passi indietro rispetto al riconoscimento di una complessità del tema della prostituzione quale era stata definita ad uno dei tavoli di Bologna, un tema del quale fa a tutti gli effetti parte, ma che non si limita alla questione della tratta ai fini di messa in prostituzione. Era stato riconosciuto che tra i due estremi delle donne/persone vittime di tratta secondo la definizione del protocollo ONU e delle donne/persone che si riconoscono e definiscono come il termine “sex worker” esiste un territorio vasto di discriminazione e sottrazione di scelte reali, legato a violenza e a disparità economiche, sociali e culturali, che a loro volta hanno origine e ragione entro il sistema patriarcale e la sua struttura di genere.

  Ci sembra opportuno riallacciarci a quelle dichiarazioni, in quanto non riteniamo un tema di tale centralità risolvibile per acclamazioni ed applausi, senza che gli sia prestata la necessaria attenzione e dedicato un dibattito approfondito, corretto e condiviso nel metodo e nei contenuti.

  Fermo restando che l’obiettivo di un piano femminista antiviolenza non può che essere fondato sul rispetto delle scelte di ogni donna/persona – che deve essere l’unica libera di decidere che cosa, in ciascun momento, costituisce la possibilità migliore per lei – nel caso specifico del sistema della prostituzione questo significa che occorre ascoltare tutte le voci, non nel senso di una contrapposizione e di una scelta tra la più forte e apprezzata dalla maggioranza presente, ma nel senso della ricerca e della costruzione collettiva di proposte politiche che garantiscano a tutte questo rispetto, che non si chiami, ad esempio, “sex worker” chi vede in questo modo cancellata la propria realtà, che non si attribuisca a nessuna una mancanza di soggettività, ma che invece ci si preoccupi che qualunque proposta non arrechi danno a nessuna donna/persona in prostituzione. Nessuna.

  Tutto questo per noi significa porre a tema il significato che la questione della prostituzione ha nella vita di tutte le donne, perché sappiamo che il numero di quelle che la sperimentano in quel territorio grigio di mezzo, menzionato a Bologna, è elevatissimo e anche che tante di loro, spesso rese oggetto di violenza e abuso domestico, sia come compagne che come figlie, a loro volta si riconoscono come donne che sopravvivono e non come sex worker.

  Sappiamo bene anche che i modelli oggi presenti nelle legislazioni hanno premesse e conseguenze che meritano di essere valutate con attenzione e non con lo spirito di una guerra tra rivali, quale non riteniamo possa essere lo spirito di una assemblea femminista che voglia davvero porre fine alla violenza patriarcale.

  Una soluzione femminista alla questione della prostituzione non può essere una soluzione patriarcale, che riafferma, nelle parole e nei fatti, il dominio del sistema che si vuole abbattere. Il nostro invito è a ripartire occupandoci di come vogliamo affrontarlo, a partire dalla non esclusione e cancellazione di alcuna – Non Una Di meno, appunto – e dall’ascolto dell’esperienza dei centri.

Comunicato sulla due giorni Non Una Di Meno

emiliano_card_1

  Abbiamo letto il report di una nostra lettrice, Luna, ed abbiamo deciso di farlo nostro per raccontarvi quello che è successo nella due giorni NUDM a Roma.

  Pubblichiamo integralmente:

  “La due giorni femminista di ieri organizzata da Non Una di Meno è stata davvero interessante da tanti punti di vista. Il primo è che ho finalmente incontrato di persona collettivi e compagne che conoscevo solo qui su FB, belle persone, con cui spero di condividere campagne e percorsi di autoconsapevolezza. Il secondo, dolorosissimo purtroppo, non è la presa di coscienza del settarismo di molti gruppi di donne (quello era previsto, ed è prerogativa di tante realtà umane), ma della tendenziosità e la malafede di certe parole d’ordine.

  Sapevo che le realtà femministe erano divise su alcune questioni, prima tra tutte la valutazione del tema della prostituzione e del sex work in genere, ma mi aspettavo magari qualche ingenuità e molto idealismo, non la sistematica mistificazione della realtà e la negazione della tratta. L’assemblea era schierata in modo inequivocabile, con la presidenza militarizzata che decideva a chi dare e a chi negare parola: alle sedicenti sex workers è stato concesso di replicare (con autentici predicozzi su quanto sia bello e gratificante battere) a serie testimonianze di sopravvissute alla prostituzione, mentre chi ha provato a replicare a vere e proprie menzogne (anche dal punto di vista legislativo) sul tema della prostituzione ha subito pesanti intimidazioni e aggressioni verbali (col pretesto, ma solo in questo caso, che non si poteva rispondere ad interventi altrui). Un clima pesante, machista e violento: molte compagne abolizioniste sono state insultate durante i tavoli di lavoro e le loro mozioni, seppure di minoranza, non sono state neppure registrate e riportate all’Assemblea Plenaria, altre volevano prendere parola ma erano spaventate dal clima che si respirava. Si è dato spazio a chi parlava del modello spagnolo, molto propizio all’industria del sesso in generale, e si faceva vera e propria disinformazione sul modello nordico, l’unico che davvero permette alle donne di uscire dal sistema prostituente.

   Che dire? Questo è quello che ho potuto vedere con i miei occhi. Penso che non sia giusto delegare la rappresentanza di tutte le donne a gruppi di questo tipo: se loro hanno il diritto di esprimere le loro opinioni, non possono altresì fare muro contro chi non la pensa come loro e monopolizzare un nascente movimento.
E’ chiaro che dietro questi discorsi (ho sentito coniare il termine “migrant sex worker”) ci sono i soldi e le pressioni delle lobby dell’industria del sesso in tutte le sue forme (consiglio i documenti sulla pagina FB di “Resistenza Femminista” e “Rete femminista contro il sistema prostituente”), per questo chi non è d’accordo è giusto che faccia testimonianza e renda noto quanto accade.”

Denigrare le sopravvissute, meglio se straniere

stop-cyberbullismo

  Molte attiviste contro la tratta a fini sessuali e contro i sistemi prostituenti ampiamente intesi sono sopravvissute, ovvero donne spesso straniere che, a seguito di esperienze di inaudita violenza protrattasi per anni, hanno deciso di scrollarsi di dosso lo status di vittime deboli e impotenti – status assegnato strumentalmente dai media – per imporsi quali soggetti autodeterminati e consapevoli, capaci di agire sui sistemi neoliberisti e neocolonialisti, classisti e razzisti. Oggi lo sfruttamento sessuale colpisce in primis le straniere: nei grandi bordelli tedeschi si trovano, ad esempio, quasi solo giovani ragazze dell’est europeo, mentre sulle strade di molti paesi italiani quasi solo nigeriane; non dovrebbe quindi stupire la loro presa di posizione. Non a caso sopravvissute come Vednita Carter (1) affermano che il fenomeno prostituente è un problema eminentemente razziale. Oltre che di classe, aggiungiamo noi con Rachel Moran (2). Tra le più colpite dal sistema prostituente vi sono anche donne con un percorso transessuale (3), non è quindi un caso che, in Italia come altrove, molte di queste donne siano impegnate a fianco delle femministe abolizioniste.

  L’abolizionismo si propone, in primis, di abolire i gap socio-economici che di fatto impediscono la libertà di scelta. Se le opzioni a disposizione sono prostituirmi per mancanza di alternative o per condizionamenti psicologici (spesso sono i parenti stessi ad avviare alla prostituzione), va da sé che il concetto di autodeterminazione, propugnato fino allo sfinimento dalla cosiddetta corrente “sex positive”, è meramente strumentale, una pagliacciata. Attraverso questa corrente (4), la prestazione sessuale viene equiparata alla raccolta dei pomodori e sbattuta nella cornice della classica ottica al ribasso, finendo per negare pure la specificità e gravità della violenza sessuale.

  Abbiamo, pertanto, uno slittamento logico che procede così:

1) autodeterminazione mistificata: con la risignificazione culturale patriarcale e neoliberista, lo slogan “il corpo è mio e me lo gestisco io” diventa “il corpo è mio, me lo mercifico io e il mio sfruttatore me lo scelgo io” (il mio Dennis Hof o Juergen Rudloff me lo scelgo io);

2) equiparazione della prestazione sessuale ad altra prestazione d’opera, al ribasso: se permettiamo un tipo di sfruttamento, “per coerenza” non dobbiamo eliminarli tutti, ma permetterli tutti!

3) la specificità della prestazione sessuale a pagamento viene ignorata, come fosse equiparabile allo svolgimento di un lavoro produttivo o di un servizio per mezzo del proprio corpo, e come se non comportasse la messa a disposizione del proprio corpo per essere utilizzato direttamente dal corpo di qualcun altro. Utilizzazione storicamente richiesta alle donne, tanto per non dimenticarcene. Ma delle mistificazioni dell’industria del sesso – sorrette da media compiacenti che spingono per i modelli “all you can fuck” –  parleremo in dettaglio a parte.

  Contro le attiviste sopravvissute che prendono pubbliche posizioni si scatenano gogne mediatiche, che mirano a presentarle come persone incapaci di intendere e di volere; ne vengono sottolineati i problemi di carattere grammaticale, che sfociano in un vero e proprio razzismo linguistico – dimenticando che il nostro paese non si distingue particolarmente per il sostegno alle attività di integrazione, ai percorsi di studio e di formazione professionale – e in un feroce classismo.  Si portano avanti attacchi ad hominem: “pazze”, “disadattate”, “schizofreniche”. Si fanno illazioni su presunti interessi: se femminist* neoliberist* italian* doc scrivono libri fantasiosi che inneggiano alla depenalizzazione del reato di induzione e sfruttamento è cosa bella, buona e senza alcun interesse, ma se una sopravvissuta scrive un libro sui sistemi di sfruttamento che ha, ahimè, ben conosciuto, “lo fa solo per”.

  In sostanza si cerca di silenziare le sopravvissute facendole passare come al servizio di qualche oscuro potere antipappon* o di silenziare chi dà loro voce con l’accusa trita e ritrita di bigottismo: “voi considerate la fica sacra, per noi la fica è come un piede, la fica la diamo come vogliamo…”. Si sono dimenticat** che la rivoluzione femminista è qualcosa di diverso.  Si sono dimenticat** che la libertà sessuale non è stata una conquista del “sex positive”, ma dei movimenti degli anni 60 e 70, oggi utilmente risignificati in “libertà” di auto mercificarsi e auto-oggettificarsi. Esiste, si, un movimento antipappon*, un movimento contro la depenalizzazione del reato di induzione e sfruttamento, ma non è oscuro e le sopravvissute, avendol* conosciut* di persona, non hanno bisogno di aiuto per parlarne. La corrente del “sex positive” cade così nella peggiore retorica paternalistica e nel peggior “victim blaming” in circolazione. La mistificazione, storica e attuale, passa così sui social, di bacheca in bacheca, sfruttando l’alto grado di analfabetismo funzionale per i propri fini e rinverdendo, semmai ce ne fosse bisogno, il deprecabile cyberbullismo contro le donne.

Intervento per l’assemblea NonUnadiMeno del 4-5 febbraio di “Rete femminista contro il sistema prostituente” Venerdì 10 febbraio 2017

15111063_580178478844729_8057358266075009485_o

  In occasione dell’assemblea Non Una di Meno del 4-5 febbraio, come Collettivo Resistenza Femminista http://www.resistenzafemminista.it/… e Gruppo Rete Femminista contro il sistema prostituente https://www.facebook.com/ReteFemmin… abbiamo proposto alcune nostre riflessioni a proposito di donne migranti e prostituzione, a partire da un punto del report relativo ai tavoli del 27 novembre: “La necessità di distinguere (senza contrapporre) tra il lavoro di sostegno e fuoriuscita dalla violenza e dai circuiti criminali con le donne vittime di tratta, e quello con le donne migranti che per scelta decidono di fare sex work e le loro richieste di diritti”.

   Per ragioni di tempo abbiamo sintetizzato i contenuti del nostro documento che adesso vi proponiamo nella sua versione integrale:

  Care Femministe, crediamo che le domande che avete posto nella discussione collettiva siano fondamentali e debbano essere affrontate ancora insieme: ”come intendiamo noi occidentali il femminismo in relazione alle donne immigrate nel nostro paese e in Europa? Le lotte per l’autodeterminazione che le donne immigrate portano avanti sono già in sé lotte femministe? Che uso facciamo dei termini a partire dal nostro posizionamento privilegiato?

  Condividiamo la vostra prospettiva. Crediamo infatti che come femministe bianche occidentali non possiamo non mettere da parte la nostra angolazione privilegiata, e questa consapevolezza deve anzi farci riflettere sulla necessità di dialogare con, mettersi in ascolto di, e non parlare per conto o al posto di. Nel primo caso, significa riconoscere soggettività politica alle donne migranti, affiancarle nelle loro lotte e arricchire contemporaneamente la lotta femminista, ciò che significa quindi essere unite nel riconoscimento della specificità politica dell’altra; nell’altro caso, significa invece coprire la loro voce, imporre una visione e un linguaggio che sono caratteristici dell’occidente capitalista di cui facciamo nostro malgrado parte, sebbene in una posizione di aperta critica e di lotta antipatriarcale. Proprio per questo motivo, riteniamo fondamentale ascoltare prima di tutto le voci delle attiviste ex-vittime di tratta e tutte le sopravvissute all’industria del sesso che da tempo prendono parola in tutto il mondo contro lo sfruttamento sessuale di donne e bambine. In Italia Isoke Aikpitanyi, attivista, ex-vittima di tratta, autrice del libro ‘Le ragazze di Benin City”, è da anni impegnata in prima linea nella lotta contro la tratta. Un impegno condiviso da Adelina, ex vittima di tratta trafficata in Italia dall’Albania, che negli anni ha aiutato molte donne ad uscire dal racket e adesso gestisce una rubrica “Libera la vita” presso un’emittente radio, proprio sul tema della lotta contro la tratta.

  Una formula su cui bisogna tornare a riflettere insieme è quella di ‘sex work’ e il concetto relativo di “prostituzione volontaria”. Ritornare a parlare di quella ‘libera scelta’ che noi tutte femministe vogliamo assolutamente tutelare, ma il cui significato personale-politico deve essere ridiscusso aggiornando il dibattito alla situazione storica in cui ci troviamo a vivere. Nella complessità del panorama socio-politico attuale, ovvero quello del capitalismo globalizzato, nuovi scenari di oppressione, sfruttamento e discriminazione contro le donne si sono fatti strada. Questa violenza (sessuale, politico-economica e simbolica) colpisce in particolar modo le donne migranti. La vulnerabilità economica estrema, unita ai traumi molteplici che le donne migranti si trovano a vivere quando tentano di abbandonare la realtà durissima dei propri paesi di origine alla ricerca di un futuro dignitoso, cambiano radicalmente la prospettiva: il nostro occidentale concetto di ‘libertà individuale’ e possibilità di scegliere per il proprio destino deve essere profondamente rivisto.

  È urgente ridiscutere il concetto di ‘libera scelta’ che usiamo come femministe occidentali per le donne migranti, se si considerano le molteplici occasioni di sfruttamento, violenza e rischi altissimi per la propria salute psicofisica che queste donne sono costrette a vivere nel mondo della prostituzione. Come dice Neco’le Moore, sopravvissuta all’industria del sesso e attivista afro-americana, membro di SPACE International, “una scelta non è una scelta se non hai la possibilità di scegliere”. Non solo le vittime di tratta, ma anche tutte quelle donne che si sono trovate a “scegliere” la prostituzione in assenza di altre alternative e che vogliono essere chiamate “sopravvissute” (proprio perché alla prostituzione si sopravvive come si sopravvive alla violenza maschile di cui la prostituzione rappresenta la manifestazione più emblematica) rifiutano con forza il termine “sex work”:

(http://www.catwinternational.org/Home/Article/587-over-300-human-rights-groups-and-antitrafficking-advocates-worldwide-weigh-in-on-sex-work-terminology-in-media).

  Come avete fatto notare nel vostro report, la scarsa presenza di donne migranti al tavolo rende la nostra prassi femminista ancora più difficile e se vogliamo molto pericolosa, e ancora di più se si sceglie di affrontare senza la presenza diretta di questi soggetti politici una questione fondamentale e complessa come la prostituzione. Come possiamo noi stabilire i confini tra tratta e prostituzione volontaria? Abbiamo il diritto di usare una formula come ‘sex work’, che implica che la prostituzione sia un lavoro, e non una scelta per assenza di lavoro, di vere alternative all’indigenza o addirittura uno stile di vita imposto da un compagno/fidanzato/marito pappone, come sappiamo da molte testimonianze di donne sopravvissute allo sfruttamento sessuale?

  Non è in discussione che una donna possa “scegliere” quello che Rachel Moran, attivista e sopravvissuta, definisce “la commercializzazione dell’abuso sessuale”. Né soprattutto è in discussione che come femministe ci posizioniamo con le donne sempre, qualsiasi siano le loro scelte. Ma quello che invece i soggetti politici migranti ci chiedono di fare è prima di tutto di dare spazio alle loro voci e, successivamente, partendo da questo ascolto, interrogarci se le categorie che usiamo per classificarle e dividerle in compartimenti stagni siano valide: dove inizia la tratta e dove finisce per dare spazio alla scelta? Come possiamo stabilire che sia libertà, quella di una donna che “sceglie” di prostituirsi perché costretta dal razzismo e dalla discriminazione etnica che le impediscono di trovare un lavoro per sopravvivere? La prostituzione per motivi di sopravvivenza è libera?

  Rispettare quella “scelta” in quel momento non è la stessa cosa di chiamarla “lavoro”, perché siamo noi a normalizzare una situazione che molte donne migranti vivono come violenza economica, razziale e di classe. Sono le loro parole che noi pensiamo dobbiamo ascoltare, e per questo motivo proponiamo una sintesi di alcune riflessioni di Anna Zobnina, immigrata in Europa dalla Russia e membro dell’European network of Migrant Women, impegnata da anni nell’assistenza e aiuto alle donne migranti e alle vittime di tratta:

  “Le donne migranti sono sorprese dell’uso del termine ‘sex work’, una descrizione Occidentale e neo liberista di quello che fanno. Questo perché la maggior parte delle donne migranti sopravvivono alla prostituzione così come si sopravvive ai disastri naturali, alle carestie o alla guerra. Non lavorano nella prostituzione. Molte di queste donne hanno titoli di studio e capacità che vorrebbero usare in quella che l’Unione Europa definisce la “skill economies“ (l’economia basata sulle capacità), ma le restrittive leggi europee sul lavoro e le discriminazioni etniche e sessuali contro le donne impediscono loro di ottenere questi lavori. Il mercato del sesso invece non è un posto insolito dove trovare le donne migranti in Europa. Mentre alcune di loro sono identificate come vittime di tratta o sfruttamento sessuale, molte non lo sono. Sulle strade, nei centri massaggi, negli hotel, negli appartamenti privati, negli strip-club ci sono donne migranti che non soddisfano i criteri ufficiali per poter essere considerate vittime di tratta e quindi non hanno diritto a nessun tipo di aiuto. Chi difende l’industria della prostituzione ci rassicura dicendo che la prostituzione è una scelta. Sicuramente non la prima scelta, per quelle che hanno varie possibilità; eppure, per i gruppi di donne più emarginati e svantaggiati, solo per loro viene proposta come una valida via d’uscita dalla povertà. In linea con questo principio è la dichiarazione di Kenneth Roth, il direttore di Human Rights Watch che nel 2015 ha dichiarato: “Tutti vogliamo mettere fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere l’opzione del sex work volontario?” Le donne emigrano in Europa a causa della loro condizione di grande difficoltà economica e sempre in maggior numero perché temono per la loro vita. Se lasciate le vostre scrivanie dove fate ricerca e parliamo con le donne migranti – donne arabe, africane, indiane; donne dalle Filippine, dalla Cina e dalla Russia come me – la possibilità di trovare una donna che descriva la prostituzione come “lavoro” è estremamente bassa. Questo perché il concetto di “sex work” non esiste nelle culture da cui provengono. Esattamente come altri esempi di vocabolario neo-liberista, il termine è stato importato nel resto del mondo delle ricche economie capitalistiche occidentali, spesso attraverso i canali della politica della “riduzione del danno” e dei programmi di prevenzione dell’AIDS. L’esempio perfetto di un’economia capitalistica in Europa che sfrutta donne migranti è la Germania. Nel libero mercato dell’industria della prostituzione tedesca, dove i compratori e i papponi non sono riconosciuti come sfruttatori ma come onesti imprenditori. Nel 2015 la Commissione Europea ha calcolato più di 30.000 vittime di tratta registrate in Europa solo in 3 anni, dal 2010 al 2012. Quasi il 70% sono vittime di tratta a scopo sessuale, con le donne e le ragazze minorenni che sono il 95% di questo gruppo. Più del 60% delle vittime sono trafficate da paesi come la Romania, la Bulgaria e la Polonia. Le vittime extra europee di solito provengono dalla Nigeria, Brasile, Cina, Vietnam, Russia. Depenalizzare il reato di induzione e sfruttamento, come in Germania, normalizza l’intreccio di discriminazioni sessuali, etniche e di classe presenti nella società europea a cui le donne migranti sono sottoposte già in modo sproporzionato. Incrementa le barriere legali per l’accesso al lavoro che le donne migranti già affrontano, privandole delle loro capacità e derubandole di opportunità economiche. Quello che è peggio, spazzano via quello in cui le donne migranti più povere e svantaggiate, che sostengono viaggi pericolosi per arrivare in Europa, credono: che una vita libera dalla violenza sia possibile così come la nostra lotta per ottenerla.

  Ed è proprio dalla riflessione di questo “intreccio di discriminazioni sessuali, etniche e di classe” che noi femministe della Rete Femminista, poniamo la questione del cliente, sul ruolo che questo assume all’interno del sistema prostituente nell’alimentare il fenomeno della tratta. Il cliente, infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, è rappresentato da un uomo occidentale bianco, etero, benestante, la cui condizione di privilegio socioeconomico rispetto alle donne più svantaggiate, rende possibile l’espansione criminale dell’industria del sesso, attraverso la domanda di corpi di cui disporre liberamente Anche la tratta classicamente intesa come “pistola puntata alla testa” non sarebbe possibile senza il cliente. Il cliente è il grande assente dai programmi di prevenzione, dai dibattiti, dai procedimenti penali. Nel neoliberismo razzista e patriarcale ci si concentra invece sugli stranieri, vittime o sfruttatori che siano.

15025327_580245285504715_3927649050746399370_o

Fonti e riferimenti

UN’OFFERTA SULL’ALTARE DELL’ETEROPATRIARCATO CAPITALISTA

off.jpg
Appunti sull’incorporazione del “Lavoro sessuale” nel documento 8M
di Marta Fontenla e Magui Bellotti
  Il documento di questo Otto marzo (coordinato da Ni Una Menos) include, per la prima volta in Argentina, il riconoscimento del “lavoro sessuale”. Non è un caso che questo accada nel quadro di un’avanzata internazionale del neoliberismo – propugnato da governi neoconservatori – che converte in merce tutto ciò che tocca, incluso corpi e soggettività, e che calpesta e banalizza i diritti umani.
  L’idea del “lavoro sessuale” presunto “autonomo” è la versione neoliberale del vecchio regolamentarismo. Si offrono i corpi delle donne, delle trans, di travestiti, di bambine e bambini o adolescenti sull’altare dell’eteropatriarcato capitalista, per soddisfare la sua sete di guadagno e di occupazione totale della vita.
  Si è prodotta una grave involuzione nel campo dei diritti umani, e questa volta all’interno dello stesso movimento che si fa carico di difenderli. Si consacra il “diritto” maschile di comprare la subordinazione sessuale femminile (e travestista e infantile e adolescenziale), si consacra il potere dello stato di regolamentare la prostituzione, e il diritto dei prosseneti e dei trafficanti di sfruttare corpi e sessualità.
  Si indeboliscono i meccanismi giuridici e sociali di lotta alla tratta delle persone a scopo di sfruttamento sessuale, quando i postriboli si presentano, in questa concezione, come cooperative di “lavoro sessuale”, come pretendono le persone che si definiscono “lavoratrici/lavoratori del sesso”, che criticano le irruzioni [nei bordelli] come un’aggressione alle vittime e non come una politica penale e sociale per combattere il prossenitismo e la tratta e dare una nuova opportunità di vita alle donne, alle trans ed alle bambine sfruttate.
  Si influenza l’educazione di bambine e bambini, mostrando la prostituzione come un’opportunità lavorativa accettabile e persino “glamour”; si educano le bambine ad essere prostitute e i bambini ad essere prostituenti, legittimando la violenza.
  Si condannano donne, donne trans e travestiti a rimanere nei postriboli (incluse le saune private) o sulla strada, e si ostacolano le politiche pubbliche che potrebbero rendere possibile l’uscita dalle prostituzione. Che senso hanno le politiche del lavoro dirette alla qualificazione e all’accesso all’impiego, se si ha già un impiego (la prostituzione)? Perché politiche della salute, se già si dispone di un’opera sociale come “lavoratrici del sesso”? Perché considerare le politiche educative, se per imparare il loro lavoro non hanno bisogno neanche di alfabetizzarsi?
  I diritti umani vengono banalizzati e ridotti a una presunta “scelta” individuale, proprio nel momento in cui l’eteropatriarcato ha ridotto le possibilità di scelta fino a limiti impensabili in altri periodi. Se una o più persone costrette a lavoro schiavile pretendessero che la schiavitù fosse legalmente regolata e lo stato vi acconsentisse, in nome del concetto liberale di “libertà di contrattazione”, tutti i princìpi del diritto del lavoro crollerebbero. Se una o più donne chiedessero che la prostituzione fosse regolata come “lavoro sessuale” e lo stato lo facesse, tutti i princìpi femministi riguardanti l’eguaglianza, la libertà, l’autonomia e il piacere sessuale e il diritto a una vita libera da violenze, perderebbero il loro significato.
  Un gruppo di donne, appoggiato dallo stato, deciderebbe, non solo per sé, ma per tutte, l’accettabilità della subordinazione al potere maschile. Non si tratta di “libertà individuale” di nessuna, ma di un cambiamento di senso del femminismo e dei diritti umani, di un adattamento al senso comune sociale più conservatore e patriarcale.
  Al tempo stesso, si butterebbero a mare anni di richieste di restituzione di diritti da parte delle compagne abolizioniste che si trovano, o sono state, in situazione di prostituzione, come AMADH, ALLIT, MAL, la cooperativa Nadia Echazú e altre donne, donne trans e travestiti che combattono e hanno combattuto per uscire dalla prostituzione e contribuire a che altre possano farlo.
  È questo, a nostro giudizio, che si sta giocando questo Otto marzo su questo terreno, nel quadro di un forte movimento mondiale di donne e di un insieme di altre rivendicazioni e domande che non possiamo che appoggiare; ma questo passo indietro lo oscura, perché paga un tributo all’eteropatriarcato capitalista neoliberale, tradotto nell’offerta di corpi e vite di donne, donne trans, travestiti, bambine e bambini, e adolescenti.
  Perciò, questo Otto marzo,
noi SCIOPERIAMO E MARCIAMO PER L’ABOLIZIONE DEL SISTEMA PROSTITUENTE
  Per politiche pubbliche che restituiscano diritti e permettano di uscire dalla prostituzione.
  Per la deroga delle norme del Codice penale che perseguono donne e travestiti in situazione di prostituzione.
  Per la persecuzione penale effetiva contro trafficanti, prosseneti e loro complici a tutti il livelli dello stato. Smantellamento delle reti di tratta e prostituzione.
  Per l’attuazione della legge sulla tratta delle persone e sul divieto degli annunci che promuovono la prostituzione sui mezzi di comunicazione.
  Per responsabilizzare i prostituenti (“clienti”) e dissuadere dal consumo di prostituzione.
NON UNA DI MENO/NI UNA MENOS
NESSUNA PIÙ VITTIMA DELLE RETI DI PROSTITUZIONE
NI UNA MAS VICTIMA DE LAS REDES DE PROSTITUCION